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L’ennesima riforma sbandierata ma nella sostanza interamente delegata al Governo è stata recentemente approvata dalle Camere. E così, l’abbraccio mortale renziano ha finito per travolgere anche il terzo settore. Si tratta di un intervento passato un po’ in sordina che, senza fare eccessivo clamore, incide però su un aspetto centrale delle società libere: l’associazionismo, termometro dello stato di salute della società civile e baluardo contro le indebite pressioni del potere politico.
Non è un caso, del resto, se il plauso alla riforma sia giunto principalmente da un certo establishment e da una ben determinata tipologia di soggetti del terzo settore.
Il testo approvato dal Parlamento desta preoccupazione sotto almeno due profili. Il primo riguarda il rapporto tra Stato e società civile e, in particolare, il rischio che il terzo settore si trasformi in un’ennesima forma di intervento pubblico realizzato sotto le mentite spoglie di soggetti formalmente privati ma nella sostanza sottoposti a ingerenze tali da parte dei pubblici poteri da ridurne considerevolmente l’autonomia e la natura volontaristica e filantropica. Se questo avvenisse, infatti, ne discenderebbe un’indebita compressione di quegli spazi di libertà e di azione della società civile, vitali per uno sviluppo economico e sociale inclusivo, nonché, la dispersione di quella fondamentale virtù di autogoverno che è l’essenziale baluardo a difesa della libertà di qualsiasi organizzazione sociale. Lo stesso richiamo a termini come sussidiarietà e inclusione, se non accompagnati da una regolamentazione coerente, non basta a scongiurare tale pericolo, specie laddove l’intento riformatore pare invece andare nella direzione esattamente opposta al significato di tali espressioni.
Il secondo profilo – diretta conseguenza del primo – riguarda invece il rischio che, a fronte di trend evolutivi dei sistemi di welfare che vanno verso un assetto che vede il settore pubblico sussidiario del privato e non viceversa, la risposta del legislatore Italiano sia quella di reagire alla contrazione delle risorse pubbliche e all’esigenza di ridimensionamento del perimetro di azione dei pubblici poteri con una sostanziale annessione al settore pubblico del terzo settore, comprimendo l’autonomia di tali enti e burocratizzandone l’attività. Si tratta, in altri termini, del pericolo che anziché evolversi nella direzione di un virtuoso modello di welfare society, l’intenzione del legislatore sia piuttosto quella di ‘mettere le mani’ sul terzo settore né più e né meno di quanto, molti secoli prima, fece la legge Crispi con la pubblicizzazione delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficienza.
In entrambi i casi si tratta di preoccupazioni fondate. La legge approvata dal Parlamento delega al governo la revisione della disciplina civilistica in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni private senza scopo di lucro, riconosciute e non riconosciute, nonché, il riordino delle disposizioni concernenti la disciplina tributaria del terzo settore e l’impresa sociale, nel segno di un inaccettabile irrigidimento della disciplina vigente e di un’accresciuta pervasività dello Stato sugli enti del terzo settore. Per averne conferma basti pensare alla definizione stessa di terzo settore dipinto come ‘il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi’.
Una definizione amplissima dalla quale, guarda caso, risultano invece sottratti i soli partiti politici, le associazioni professionali e di rappresentanza delle categorie economiche. Tutte organizzazioni queste che si sono spesso dimostrate opache, poco trasparenti e antidemocratiche e su cui, per il bene della nostra democrazia, sarebbe necessario intervenire perseguendo un disegno istituzionale inclusivo e pluralistico.
In continuità con l’Italicum e la Riforma Costituzionale, il disegno perseguito dalla maggioranza è invece un altro. Se ne trova conferma anche in questo accenno di riforma, che va nella direzione opposta: l’occupazione del potere ovunque esso sia, nelle istituzioni e ora anche, indirettamente, nel terzo settore definito come una costola dell’apparato pubblico, sussidiario al perseguimento dei suoi fini.
Una cosa è certa. Non è una riforma nel segno della libertà e nemmeno della promozione del dinamismo della società civile. Essa traccia piuttosto un solco profondo tra chi, come noi, liberali e solidali, crede in un terzo settore frutto del virtuoso intreccio tra la libera iniziativa e la solidarietà e chi invece lo confonde con forme di statalizzazione della solidarietà che nulla hanno a che vedere con il modello di una società aperta, espressione tipica del circolo vizioso delle istituzioni estrattive.