di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi
Italia Unica invita il Governo a sospendere lo stillicidio di proposte – più o meno abbozzate – di taglio alle pensioni. Si tratta di un approccio sbagliato, che crea incertezza, e che potrebbe mettere a rischio la ripresa dell’economia e dell’occupazione, che per ora è fragile e insufficiente. Il governo sembra colpevolmente dimenticare che negli ultimi anni si è già intervenuti sul sistema previdenziale, e che nel 2011 l’itinerario di riforme è stato completato con il passaggio al sistema contributivo (cioè con pensioni legate agli effettivi versamenti) e con l’innalzamento dell’età di pensionamento (per tener conto in maniera adeguata della crescente durata media della vita). Grazie a una larghissima maggioranza parlamentare e al sostegno delle parti sociali, il sistema è stato reso finanziariamente sostenibile, così da allontanare il rischio di commissariamento per il nostro Paese. Italia Unica è dunque contraria ad altri interventi riduttivi.
Come su molti altri temi, anche sulle pensioni l’esecutivo si è caratterizzato per un andamento ondivago, per non dire confuso. Da una parte –soprattutto nei documenti ufficiali come la Nota di Aggiornamento al DEF- palazzo Chigi si è espresso in termini elogiativi sulla Riforma Fornero lodandone il contributo cruciale all’equilibrio dei nostri conti pubblici. Dall’altra parte, esponenti del governo e della maggioranza hanno strizzato l’occhiolino alla demagogia prospettando smantellamenti parziali (o totali) della riforma attraverso insostenibili prepensionamenti, eufemisticamente catalogati come forme di “maggiore flessibilità” nella data di pensionamento. Infine -ed è ciò che qui stigmatizziamo in modo particolare – si sono succeduti annunci disordinati e inquietanti su possibili interventi di riduzioni delle pensioni già in essere. In sequenza si sono espressi in questo senso il ministro Poletti con un’intervista estiva, a cui è seguita in autunno una proposta di legge da parte dei deputati Baretta, Damiano e Lenzi. Sempre sulla stessa linea Yoram Gutgeld -il principale consigliere economico di Renzi- ha esplicitamente collegato i “contributi di solidarietà” sulle pensioni più elevate alla maggiore flessibilità sulla data di (pre)pensionamento, lasciando intendere che le nuove regole interpretative del Patto di Stabilità ora consentono di agire in questo senso. Infine è intervenuto il Presidente dell’INPS Boeri. In tutto ciò i mass media italiani non si preoccupano di agire come cani da guardia e di rimarcare il comportamento erratico e incoerente del governo.
Italia Unica è contraria ad altri interventi di taglio sulle pensioni per molteplici ragioni. Il ceto medio sta soffrendo moltissimo dopo tanti anni di crisi, e di fatto i pensionati hanno contribuito al risanamento dei conti pubblici attraverso il blocco dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione. È importante smentire subito la volontà di tagliare le pensioni per evitare che il livello di incertezza aumenti ulteriormente, con esiti difficilmente prevedibili. Il pericolo è che questi elementi aggiuntivi di incertezza mettano a rischio la tenue ripresa economica che grazie a Draghi e agli Emiri del petrolio si sta faticosamente avviando.
Anche in questo caso, l’approccio utilizzato dal governo è figlio di una cultura politica da racchiudere in 140 caratteri che privilegia l’impatto mediatico delle proposte rispetto alla volontà di analizzare in dettaglio e di risolvere i problemi in maniera decisa. La sostenibilità del nostro sistema previdenziale nel medio termine non può essere mantenuta e rafforzata aumentando ulteriormente il carico fiscale sulle erogazioni, ma con politiche volte da un lato a facilitare l’ingresso dei giovani e delle donne sul mercato del lavoro e il rientro di chi, a causa della crisi, ne è uscito; e dall’altro a focalizzate sull’incremento del rendimento delle gestioni pensionistiche collegando le gestioni stesse con il mondo delle imprese.
Inoltre, invece di immaginare nuovi contributi sulle pensioni, bisogna avviare un processo sistematico di riduzione della spesa corrente, quel processo che il governo Renzi – come ampiamente dimostrato dal defenestramento del commissario Cottarelli – ha pochissima voglia di attuare, proseguendo piuttosto sulla strada perversa di finanziare aumenti di spesa di vasta portata ma dai contorni incerti (i prepensionamenti, le assunzioni generalizzate della scuola) attraverso risparmi di spesa solo simbolici e di dimensioni ridotte. Aree di spesa sostanziosa e politicamente gradevole come il cumulo di pensioni con le retribuzioni offerte dalle cariche pubbliche elettive, i trasferimenti inefficienti a imprese e partecipate locali (spesso funzionali unicamente alla distribuzione di favori e prebende alle clientele dei partiti) e le miriadi di centri d’acquisto dentro la Pubblica Amministrazione restano placidamente indisturbate, mentre la mancanza di coraggio e competenza nel fare spending review non è gratis, ma viene di fatto pagata sia dai cittadini, i quali godono di minori servizi e di un carico fiscale da primato mondiale, sia dalle imprese, che nel 2014 si sono ad esempio viste scippare in autunno il taglio IRAP deciso in primavera.
Non è questa la politica economica che noi vogliamo. Non è questa la politica di cui ha bisogno il nostro paese per creare le condizioni su cui fondare la crescita.

