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Caro Direttore,

l’onorevole Brunetta mi chiama in causa, con accuse superficiali e confuse, sul ritardo italiano nel digitale. Peccato che le cose siano andate in modo molto diverso da come lui racconta e che il ritardo di cui il nostro Paese soffre sia addebitabile proprio all’ex ministro del governo Berlusconi e al suo inconsistente piano denominato “egov 2012”.

Non bisogna essere tecnici per capire che la strategia Brunetta non ha funzionato: ogni cittadino ha potuto sperimentare sulla sua pelle la frustrazione nell’uso dei servizi digitali della PA. L’ex ministro si era spinto a dichiarare alla Commissione europea di aver digitalizzato tutti i servizi, mentre in realtà si era limitato a mettere on line informazioni incomplete che non permettevano quasi mai al cittadino di concludere un’operazione senza recarsi personalmente allo sportello fisico. Altro che digitale!

Bisogna entrare un po’ più nel tecnico per spiegare il motivo per cui il Piano Brunetta non poteva funzionare: non prevedeva di rendere interoperabili i servizi e le basi dati della PA, ovvero ogni Ministero, Regione, Comune, Ente, Asl, Scuola, ecc continuava ad avere un proprio database che non comunicava con gli altri. Il nostro progetto prevedeva invece di gestire il tutto in pochi grandi data center innovativi, green e sicuri virtualizzando in modalità cloud i servizi e permettendo la gestione digitale delle informazioni.

Questo disegno non solo non merita le fantasiose accuse di complotto di Brunetta, ma segue in realtà la naturale evoluzione tecnologica raccomandata anche dall’Europa nella sua Agenda Digitale. Il problema è che il disegno da noi avviato non è mai stato portato a compimento, bloccato dal Governo Letta, poi riproposto dal Governo Renzi, ma rimasto inattuato.

La mancanza di visione dell’operato di Brunetta si ritrova in molti suoi progetti, per esempio la “cec pac”: prevedendo un sistema chiuso e un meccanismo troppo complesso di acquisizione dei dati, ha convinto solo un milione di italiani ad adottarla, nonostante gli incentivi pubblici. Noi, invece di buttare a mare il piano in corso e tutti i soldi pubblici dedicati, avevamo proposto un’apertura del servizio “cec pac” al fine di renderlo interoperabile con la PEC, cioè con la posta elettronica certificata. Ma per il Governo Renzi è stato più semplice buttare via tutto e ricominciare daccapo. Altri soldi buttati, ma l’errore era a monte cioè ancora di Brunetta.

Da ministro dello Sviluppo economico ho puntato davvero sul digitale per rilanciare l’economia del Paese. È stato di grande soddisfazione lavorare con una squadra di tecnici preparati in rappresentanza dei sei principali Ministeri coinvolti, delle Regioni e dei Comuni con grande spirito di collaborazione. Con il decreto Sviluppo (83/2012) avevamo istituito una cabina di regia proprio per non disperdere energie e ci eravamo articolati in sei tavoli di lavoro in coerenza con le priorità definite nell’agenda digitale europea. Questi bravissimi tecnici hanno collaborato attivamente per mesi e hanno predisposto un piano di azioni comune per digitalizzare il Paese. Parte di queste azioni si sono concretizzate in nuove norme – il decreto Crescita 2.0 (179/2012) – altre in piani operativi, come per esempio la strategia per la banda ultralarga che a dicembre 2012 è stata autorizzata dalla UE e grazie alla quale il Mezzogiorno può vantare nel 2015 velocità di connessioni a internet comparabili a quelle europee: al 100 per cento in Calabria, al 90% la Puglia e a circa al 70% in Basilicata, Campania e Sicilia. Insomma, abbiamo seminato, utilizzato i fondi europei 2007/13 che stavano andando sprecati e oggi il Governo Renzi raccoglie i frutti.

Nel 2011 già avevamo sbloccato e finanziato l’avvio dei cantieri di un grande progetto di ammodernamento del Paese (dalla Fatturazione Elettronica che l’attuale Governo non avrebbe potuto promettere se non fosse partita a quei tempi, all’Anagrafe Nazionale, all’Identità Digitale, al Fascicolo Sanitario Elettronico, al Processo Civile Telematico). Su questo piano il Governo Renzi palesa una chiara incapacità di gestione, dimenandosi fra proposte velleitarie e decreti senza copertura. Per non parlare di proposte anacronisticamente contro il mercato, come lo switch off per decreto legge della rete telecom, poi ritirato. Forse peggio aveva saputo fare solo il Governo Berlusconi riducendo pesantemente le risorse destinate allo sviluppo della banda larga. Siamo stati noi, infatti, stanziando 150 milioni di euro, a consentire la conclusione del Piano Nazionale Banda Larga che ha permesso di tagliare nei testo previsti il primo traguardo europeo, raggiungendo tutti i cittadini italiani con connettività ad almeno 2mbps ed eliminando quella componente del digital divide. Da allora più nulla.

Governi passivi e inermi quelli che ci hanno succeduto che non hanno saputo gestire la complessità di una formidabile start up, quella dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Un’iniziativa che aveva un senso politico e industriale, quello di raccordare in un’unica entità le responsabilità e le attività che, senza alcuna visione unitaria, si disperdevano precedentemente fra Digit PA, il Dipartimento dell’Innovazione, e l’Agenzia dell’Innovazione.

Una razionalizzazione, quella dell’Agid, che da sola ha permesso da subito un risparmio annuale per oltre 3 milioni, ma sarebbero diventati almeno 3 miliardi se l’Agenzia avesse ricevuto i previsti strumenti necessari per operare. Invece, lo Statuto – già portato all’attenzione della Corte dei Conti dopo la nomina del Direttore Generale – è stato bloccato e approvato solo dopo 400 giorni (!) con modifiche peraltro minime. Come si può lavorare in assenza degli Organi Istitutivi, Comitato di indirizzo e nuovo Collegio dei Revisori? Ma il Governo Letta invece di provvedere al funzionamento dell’Agenzia emanando Statuto, approvando il bilancio e approvando i decreti attuativi previsti dal citato decreto Crescita 2.0, ha istituito una nuova Cabina di Regia, specchio della sola Presidenza del Consiglio che ha accentrato su di sé tutti i poteri. Con il decreto “Destinazione Italia”, infatti, la Presidenza del Consiglio aveva esplicitato il proprio potere di emanare tutti i decreti di competenza di vari Ministeri per i quali erano scaduti i termini. Ebbene, dopo 2 anni e mezzo il decreto Crescita 2.0 continua ad essere ancora inattuato, quando sarebbero stati sufficienti 2/3 mesi, lavorando di squadra come avevamo fatto noi.

Al posto dello Statuto, del bilancio, delle risorse necessarie per avviare l’Agenzia, il Governo Letta ha nominato un Commissario Straordinario. Un Commissario a titolo gratuito e part time, che non poteva fare granché. Il Governo Renzi poi, ha di nuovo cancellato tutto, nominato un nuovo direttore generale che è durata per altro pochi mesi e si è appena dimessa, e una pletora di consulenti per il digitale di cui non si sa chi faccia cosa. Senza più la cabina di regia che avevamo istituito noi, i Ministeri, le Regioni e gli Enti locali operano senza direzione comune e l’Agenzia abbandonata a se stessa non ha la forza di mettere in fila i processi e gli attori dando di nuovo respiro alla digitalizzazione trasversale e innovativa del Paese che avevamo avviato nel 2012.

Avevamo tentato di mettere a posto un passato di scelte superficiali e vane, comprese quelle dell’allora ministro Brunetta. Dopo di noi nulla più è accaduto se non il completamento di una piccola parte delle attività che avevamo avviato. Renzi si trova all’inizio del un settennato di programmazione 2014/20, che ha a disposizione risorse nazionali ed europee enormi: l’occasione è unica, ma per il momento anche questa la stiamo perdendo.


Qui l’intervento di Renato Brunetta su Il Foglio