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di Corrado Passera

I fatti di Tunisi, le vittime anche italiane sul campo, ci dicono che il tempo è scaduto e che la sfida del terrorismo jihadista richiede una risposta immediata e all’altezza della situazione. Gli italiani hanno giustamente paura, il loro timore e la loro preoccupazione sono pienamente giustificati.  Anche per questo ci riconosciamo nella saggezza del presidente Mattarella nell’intervista alla Cnn.  Cos’altro deve succedere affinché scatti l’allarme delle cancellerie internazionali? Quante altre vittime devono essere sacrificate sull’altare del disinteresse e degli egoismi nazionali? Chi parla di scontro di civiltà e della necessità di evitarlo ormai devia colpevolmente dal problema. L’affondo dell’Isis non ha nulla di civile. Imbracciare un mitra e sparare contro turisti inermi; sgozzare gli ostaggi davanti agli schermi tv, bruciare vive persone chiuse in una gabbia, ingaggiare bambini e farli diventare boia è l’atteggiamento che contraddistingue i carnefici, non i martiri. La guerra proclamata unilateralmente dal fanatismo è rivolta contro ogni forma di civiltà, occidentale e orientale, europea o araba che sia. È contro ogni tipo di religione, cristiana o islamica. È un attacco globale, e globale deve essere la risposta. Guai a pensare che interventi singoli, che innalzano il vessillo di nazionalismi miopi, siano la strada giusta: al contrario sarebbero la catastrofe.

Quel che davvero occorre è mettere in campo una coalizione la più larga possibile, che veda l’Europa in prima fila ma coinvolga a pieno titolo anche gli USA, la Russia e gli Stati arabi moderati del nord dell’Africa. Quel che davvero serve è avviare una intensa e pressante iniziativa diplomatica che da un lato punti a colpire i Paesi che surrettiziamente o addirittura a viso aperto finanziano, proteggono e sono complici del terrorismo, e dall’altro abbia come fine non di scongiurare l’uso della forza bensì di prepararla al meglio. Non facciamoci illusioni. Non è mettendo sui balconi la bandiera arcobaleno dei pacifisti che fermeremo le stragi terroriste: la risposta all’attacco jihadista non potrà non avere una dimensione anche militare, sul campo.

Ma deve essere una risposta non frutto dell’improvvisazione. L’esempio dei Mirage francesi contro Tripoli insegna: prima di bombardare bisogna sapere quale sarà il passo successivo. Deve invece essere il frutto di un coinvolgimento dell’ONU e degli Stati che vogliono essere in prima fila a difendere valori che sono alla base della convivenza e della libertà. L’Unione Europea esiste soprattutto per questo! Senza peraltro dimenticare che una strategia nella regione mediterranea non può prescindere da profonda revisione critica da parte dell’Unione Europea della propria politica di Vicinato che, tanto a Sud come a Est, ha dimostrato il suo fallimento e che dovrà essere concretamente indirizzata  a un robusto piano di sviluppo sociale ed economico in chiave cooperativa.

Anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte. Che dovrà essere quella di lavorare e spendere le sue capacità per sollecitare la realizzazione di quel tipo di coalizione internazionale che abbia lo spessore ed il consenso necessario a intervenire in maniera efficace. Ridicolo sentir parlare di 5000 uomini pronti: per far che? Con chi ? Come parte di una forza militare di 10.000 o di 100.000 uomini? L’importante è che, vista la rilevanza e la drammaticità della sfida e del pericolo che tutti noi corriamo, quegli sforzi siano condivisi, coinvolgano il Parlamento, le forze politiche e sociali, la pubblica opinione, e le facciano sentire protagoniste. Il contrario di quanto finora avvenuto. Palazzo Chigi di queste cose non parla: grave essere stati irrilevanti in Ucraina, ma sulla Libia non possiamo proprio permettercelo. La politica estera e la guerra contro il terrorismo sono priorità per costruire il futuro e dobbiamo smetterla di comportarci in maniera dilettantesca.