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Il 12 giugno si celebra la Giornata contro il lavoro minorile, un problema che affligge anche le società avanzate, sottrae il futuro a bambini e adolescenti e danneggia l’intera comunità, creando disagio e criminalità. Il focus sulla situazione italiana lo fa per Italia Unica Giada Briziarelli, avvocato esperta di diritto minorile.

“La prima volte che ho lasciato la scuola avevo 12 anni . Ho fatto male, è stato un errore . Forse se avessi continuato avrei fatto meno casini…non so. allora mio padre mi disse che era meglio che lavorassi e così mi sono messo a cercare lavoro…… Ho smesso di lavorare perchè mi hanno arrestato con l’imputazione di rapina…”

“Lo capivo che ero sfruttato, in estate quando sfornavo decine di pizze davanti al forno c’erano 40 gradi, prendevo dal freezer l’acqua ghiacciata e me la buttavo addosso, ma dopo 2 secondi ero asciutto”

Lavoro subito, negazione dell’infanzia e dell’adolescenza, allontanamento dalla scuola e poco, davvero poco tempo, per giocare o riposarsi, questa è la condizione in cui vivono circa 340.000 minorenni in Italia secondo l’ultimo Rapporto mondiale sul lavoro minorile diffuso dall’ILO Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite in collaborazione con Save the children.

Di questo numero di bambini circa 28.000 sono coinvolti nelle forme più drammatiche di lavoro con mansioni pericolose per la loro sicurezza, salute e, dunque, ai limiti del reale sfruttamento.
Sono numeri che non erano ben noti all’Italia, si tratta di bambini ed adolescenti che spesso è difficile vedere, nel 44,9 per cento dei casi sono impegnati in attività di famiglia, per gli altri il settore più comune è quello della ristorazione, poi l’artigianato e la campagna.

Sono più di 1 su 20 nel nostro paese i bambini e ragazzi sotto i 16 anni (il 7 per cento dei minori nella fascia di età tra i 7 ed i 15 anni) coinvolti in questo fenomeno ed il picco si registra nell’età di passaggio dalla scuola media alla scuola superiore, momento in cui l’Italia conta un tasso di dispersione scolastica pari al 18.2 per cento, in assoluto uno dei più alti in Europa.
Il lavoro minorile non fa differenze nè di genere nè di territorio, le esperienze di lavoro sono all’inizio occasionali per poi diventare della durata di un anno e, così, convincerli ad abbandonare gli studi. Il dato che emerge è certamente il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione alla scuola, povertà, reti sociali e familiari che si trasformano in una trappola capace di avvicinare i ragazzi anche alla criminalità pur di avere soldi più facili.

Non va poi dimenticata l’esistenza dei così detti bambini “invisibili” entrati in Italia illegalmente inglobati e sfruttati dalle organizzazioni criminali, bambini che lo stato deve riuscire ad intercettare e proteggere assicurando percorsi di integrazione e scolarizzazione.
Tutto ciò esiste ed accade nonostante in Italia il lavoro minorile trovi una speciale tutela nella nostra Costituzione, malgrado l’Italia sia stata uno dei primi paesi a ratificare la Convenzione 138 con annessa Raccomandazione secondo cui gli stati devono perseguire una politica nazionale idonea a garantire l’abolizione del lavoro minorile, nonchè la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (Art. 32) che ritiene il lavoro minorile causa di grave pericolo per la salute e lo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale dei minori e la direttiva Europea 94/33 che ha stabilito dei principi base molto rigidi in merito al rapporto lavorativo con minorenni seppur in età consentita.

E’ certo che un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà dei suoi coetanei ad accedere ad un lavoro dignitoso in età adulta, rischierà di rimanere ai margini della società in condizioni di sfruttamento o di cadere in mano alla criminalità.
Alla luce di ciò il nostro Paese non può non prestare attenzione alla piaga del lavoro minorile, deve essere strutturato un piano nazionale di contrasto e prevenzione partendo dal monitoraggio del fenomeno che, stante la crisi economica degli ultimi anni, non potrà che aumentare.

Appare, dunque, assolutamente necessaria una politica scolastica che oltre a qualificare la propria offerta formativa ed i propri servizi possa essere maggiormente protagonista a livello territoriale cercando di avvicinare i giovani ed evitando fenomeni di abbandono anche con l’aiuto di osservatori locali capaci di individuare le cause di dispersione scolastica e le necessità dei giovani nelle diverse aree territoriali italiane.

Il lavoro minorile nasce dal e nel degrado sociale, economico e culturale e gli enti locali con la scuola devono rimettere in discussione i propri modelli , le pratiche di insegnamento ed i contenuti formativi per divenire luoghi di integrazione, recupero e compensazione dinanzi altri tipi di disagi.
Serve una politica sociale che intervenga a fondo nelle cause materiali di disagio delle famiglie sfruttando gli aiuti economici che lo stato offre a favore di tali situazioni proprio al fine di permettere ai bambini di continuare a vivere come dovrebbero nel rispetto delle norme e cercando una formazione che gli dia gli strumenti idonei ad accedere ad un lavoro dignitoso da adulti, senza dimenticare quei famosi bambini “invisibili” arrivati da altri paese che devono essere controllati, gestiti, e che devono diventare facilmente visibili per essere sottratti a chi li priva di una vita adeguata alla loro età.

Nella giornata mondiale contro il lavoro minorile il nostro pensiero non può che andare a questi bambini ed adolescenti che a causa di differenti motivazione legate a gravi problematiche non risolte e non gestite nel modo giusto rinunciano ai loro diritti ed a crescere nei tempi giusti .