Print Friendly

Quando sembra che il governo Renzi sia sommerso da un’inesorabile marea di notizie con il segno meno – come il commercio al dettaglio che da febbraio a marzo cala dello 0,6%, il fatturato dell’industria che scende dell’1,6% e gli ordinativi che crollano del 3,3% – ecco finalmente una notizia #ColSegnoPiù: il ministro dell’economia Padoan annuncia che il numero delle partecipazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni sia arrivato nel 2014 a un totale di 48.896, con uno scoppiettante aumento del 14,5% rispetto al 2013. L’annuncio è stato fatto in occasione del Forum delle PA, quando il ministro ha fatto sapere di un’intesa raggiunta con la Corte dei Conti al fine di creare una banca dati comune sulle partecipate stesse.

Vogliamo concedere al ministro Padoan il beneficio del dubbio: è anche possibile che l’aumento nel numero “percepito” delle partecipazioni dal 2013 al 2014 sia in realtà dovuto a un migliore sforzo di monitoraggio della situazione esistente. Tuttavia, anche sotto questa interpretazione più benigna non possiamo che preoccuparci della lentezza con cui il governo prenda coscienza degli inefficienti e innumerevoli tentacoli delle pubbliche amministrazioni centrali e soprattutto locali dentro l’economia del paese. Lentezza che ha trovato la migliore dimostrazione nel percorso che ha portato alla tardiva approvazione in Consiglio dei Ministri dei decreti attuativi della riforma della Pubblica Amministrazione , per i quali si avvicina inesorabile la scadenza per la conversione in legge, fissata al 28 agosto 2016.

Ci rendiamo certamente conto del fatto che un governo dominato dal PD abbia scarsissima voglia di privatizzare in maniera estensiva le società partecipate: una voglia paragonabile a quella di diminuire e rendere più efficiente la spesa corrente, così come ampiamente dimostrato dalle figuracce internazionali che l’Italia si è guadagnata con il defenestramento e/o le dimissioni di due commissari alla spending review su tre (resta Gutgeld, il geniale inventore degli 80 euro). Ci rendiamo anche conto che il governo preferisca stendere cortine fumogene sul tema complessivo delle imprese pubbliche vendendo a prezzi di saldo una fetta ulteriore in un asset strategico come Poste Italiane, così da distogliere l’attenzione sulla polpa non strategica delle partecipate a livello locale.

Tuttavia, è nostro dovere di fronte all’opinione pubblica evidenziare le politicamente colpose e/o dolose lentezze e battute d’arresto nel processo di riduzione del perimetro delle partecipate degli enti locali. Ci sentiamo in buona compagnia del Servizio Bilancio del Senato che –in una recentissima nota – avanza perplessità importanti intorno allo schema di decreto legislativo che dovrà contenere il Testo Unico sulle società a partecipazione pubblica, attuativo della suddetta riforma della Pubblica Amministrazione.

A questo riguardo, tra le perplessità del Servizio di Bilancio del Senato che ci sentiamo di condividere, vi è all’art. 12 l’attenuazione delle responsabilità per danno erariale alle sole condotte degli amministratori nominati dagli enti pubblici (il che nella maggior parte dei casi però non avviene in quanto la nomina avviene passando dall’assemblea) e comunque al solo danno che si rifletta sul patrimonio dell’amministrazione socia (il che esclude tutti i casi di danno alla società che non si riflettano automaticamente nel patrimonio dell’amministrazione pubblica). Attenuazione che fa a pugni con la necessità di aumentare l’accountability in capo agli amministratori delle società pubbliche ma che, purtroppo, è perfettamente in linea con la cattiva abitudine di considerare le partecipate uno dei principali bancomat della politica, al servizio della macchina del consenso.

La stessa logica, del resto, che si riscontra nell’art. 10 laddove viene riconosciuta in capo all’ente proprietario un’ampia discrezionalità (finendo quasi per scivolare nell’arbitrarietà) relativamente alla scelta delle modalità di alienazione delle partecipazioni pubbliche, legittimando l’anacronistica negoziazione diretta con un singolo acquirente. A poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo codice dei contratti pubblici e nel pieno dello storytelling renziano sulla lotta alla corruzione, tale scelta pare sorprendente e si spiega solo nel tentativo di attribuire alla politica un potere di scelta degli acquirenti delle partecipate pubbliche pressoché insindacabile. Alla faccia dei principi di imparzialità e buon andamento!

Andando dentro le cortine fumogene allestite dall’apparato di story telling renziano – a cui purtroppo sembra partecipare anche il ministro Padoan- il messaggio complessivo che si trae da tutta questa vicenda è purtroppo deludente: un governo a cui manca la volontà politica di ridurre il peso dello stato nell’economia, di garantire la trasparenza delle procedure di dismissione e la responsabilizzazione degli ammininistratori non può che essere lento e indeciso nel fingere un intento di liberalizzazione che non c’è.