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Il primo luglio si chiude il semestre di presidenza UE olandese e si inaugura il semestre della Slovacchia, che si trova a ricoprire questo ruolo per la prima volta. Le dichiarazioni del premier slovacco Robert Fico di secca chiusura sul problema dei migranti non lasciano ben sperare e lasciano già intravedere quale sarà la politica UE in tema di politiche di asilo comuni e di rafforzamento dei piani per le quote obbligatorie di redistribuzione dei migranti, tema davvero importante per l’Italia. A pochi mesi dalla ricorrenza del Trattato di Roma, nel marzo 2017, e in vista dei festeggiamenti che la celebreranno, le elezioni amministrative che decideranno della prossima leadership della CApitale rappresentano occasione per una riflessione sulla capacità della classe politica nazionale ed europea di affrontare le sfide che abbiamo davanti sia sul fenomeno migratorio, ma anche sugli investimenti e sull’impulso economico, a un anno dal lancio del piano di investimenti Junker, inizialmente triennale e poi prolungato per altri tre anni.

Il problema dei flussi e della gestione dei migranti resta centrale per l’Italia, meno, almeno in termini di urgenza, per la UE. Nonostante gli sforzi della Commissione UE di riallocare una quota di coloro che sono partiti, circa 160 mila persone con diritto di asilo certificato, allo stato attuale sono state riallocare poco meno di duemila persone. Con questi numeri, è sotto gli occhi di tutti il fallimento del governo Renzi e del suo ministro dell’Interno Angelino di Alfano nell’introdurre un meccanismo correttivo di riallocamento per alleggerire la pressione sugli Stati membri e quindi di una riforma del regolamento di Dublino 3. Il  governo italiano avrebbe dovuto riuscire a farne una priorità in Euroap, mentre ciò che è accaduto realmente è stata la svendita del problema più grave che l’Italia è chiamata ad affrontare da sola per un blando ok sui conti della pagella di maggio. Insomma, Renzi ha negoziato un banale do ut des di sapore elettorale: niente bocciatura sulla politica economica in prossimità delle amministrative e in cambio l’Italia affronterà da sola l’emergenza migranti.

Un mercanteggiare sulla pelle dei cittadini e dei profughi che  non è certo un punto di onore per questo governo e sostanzialmente sancisce l’incapacità dell’Italia di imporsi in sede europea e la sua difficoltà nel presentare riforme che a ben guardare alla fine non non state fatte. Facile immaginare che la Commissione UE, una volta passato il referendum su Brexit, riesaminerà con occhio più severo i conti italiani anche alla luce del def di autunno.

E proprio guardando ai conti, facciamo rilevare che le affermazioni del commissario per le Politiche regionali Corina Cretu che ha esortato le regioni del sud Europa a fare di più: è un invito non troppo velato rivolto al nostro paese a rispettare le scadenze del 2016 che riguardano la strategia per la trasposizione dei piani operativi regionali e quindi per un migliore e più efficace utilizzo dei fondi europei. Per fare un esempio, il miliardo di euro perso l’anno scorso dalla regione Sicilia sta lì a dimostrare che l’ottimismo renziano si scontra con le inadempienze -fin troppo reali- delle regioni italiane nell’utilizzo produttivo e fruttuoso dei fondi messi a disposizione. La commissione europea ha già avvertito che da ora in poi ogni ritardo nell’utilizzo dei fondi potrebbe significare una sospensione dei pagamenti, con danni sostanziali per lo sviluppo delle regioni italiane.

In conclusione, osserviamo che gli sforzi comunicativi di questo governo negli ultimi due anni sono stati apprezzati poco e sempre meno dagli italiani, ma ancora meno dall’Europa, inizialmente sorpresa dal fenomeno Renzi, ma ben presto disillusa da una comunicazione tutto fumo e niente arrosto.