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La attuale posizione di ENI, per il 30% azienda pubblica grazie alla presenza tra i soci della Cassa Depositi e Prestiti, ci induce a considerare il tema della chimica in Italia come una questione rilevante di cui farci carico, per gli impatti occupazionali, economici, ambientali, di ricerca e sviluppo che porta con sé.
I vertici di ENI, le dichiarazioni di qualche tempo fa dell’AD De Scalzi, le crisi che investono Gela, Marghera e, a cascata, i Poli chimici del Quadrilatero (Ferrara, Ravenna, Mantova, Marghera) e delle Regioni del centro sud, destano in noi la spinta a cercare di creare un collante tra tutti i territori per affrontare e proporre soluzioni che portino il Governo e la stessa ENI ad impegnarsi per la salvaguardia dell’occupazione e del lavoro.
Analisi socio economica e lo sviluppo sostenibile.
La chimica di base in Italia è vittima da anni una grave emorragia. Grandi aziende a cui fanno capo settori strategici per la competitività dell’intero Paese sono soggette a pesanti ridimensionamenti, preludendo alla definitiva scomparsa. Il riferimento è essenzialmente alle tre principali filiere della petrolchimica superstiti in Italia: polietilene, polipropilene e pvc. E anche alle raffinerie, fonte primaria della chimica derivante dal petrolio. Porto Torres, Priolo, Gela, Ragusa, il quadrilatero padano (Marghera, Ferrara, Ravenna, Mantova), Terni, Brindisi. Realtà industriali importanti, solide colonne del manifatturiero e delle esportazioni del made in Italy in tutto il mondo, sono ormai ridotte a luoghi in dismissione in cui l’incertezza del domani è ormai una amara certezza. Dopo aver occupato in passato posizioni di leadership mondiale in alcuni ambiti della petrolchimica, l’Italia è oggi, tra i Paesi europei più industrializzati, quello con il più elevato deficit della bilancia commerciale nel comparto della chimica di base, pari a circa 10 miliardi di euro, dato che diventa ancora più significativo se si confronta con quello europeo, dove invece si registra un surplus intorno ai 50 miliardi. I poli chimici italiani ancora oggi impiegano decine di migliaia di lavoratori, ma dappertutto incombe il tema della chiusura, ridimensionamento, licenziamenti. La chimica e le plastiche, nel mondo, sono richieste quanto un tempo e forse di più. Polietilene, polipropilene e pvc rappresentano, in ordine di fatturato, rispettivamente la prima, la seconda e la terza materia plastica al mondo. E la domanda di questi prodotti da parte dei trasformatori italiani è di assoluto rilievo.
Ben vengano avanti i prodotti “verdi”e la green economy, che occuperanno il nostro futuro, considerato che le sperimentazioni e l’innovazione, anche e soprattutto su questo filone, stanno andando molto spedite in tutto il mondo. La green economy incarna una delle chiavi straordinarie per rilanciare su basi nuove e più solide la nostra economia e la chimica verde è uno dei settori di eccellenza, uno dei settori in cui l’Italia, grazie ad aziende di grande qualità, è all’avanguardia. Nel frattempo, però, la chimica di base, quella tradizionale sta facendo scuola in termini di efficienza e di innovazione.
La chimica di base deve ancora poter essere al centro dell’attenzione dei Governi e dei territori che la ospitano. Perché la chimica di base significa occupazione, lavoro qualificato, alta professionalità, ricerca ed innovazione trasferite, poi, all’intero sistema industriale. Tecnologie sofisticate, innovazione nei processi produttivi attenti al risparmio energetico, al risparmio di materie prime, al contenimento degli inquinanti, costituiscono prodotti importantissimi, esportabili a loro volta. Dappertutto ci sono centri di ricerca di eccellenza. A Ferrara, per esempio, da 70 anni, territorio caratterizzato dall’industria petrolchimica, si trova il Centro Ricerche di proprietà Lyondell Basell, che nei primi anni 50 ereditò il patrimonio scientifico sviluppato dal Professor Giulio Natta, premio Nobel per la chimica grazie alla straordinaria invenzione del Polipropilene. Il passaggio dalla ”invenzione” (realizzazione di laboratori) alla “innovazione” (creazione di applicazioni sul mercato) è avvenuta grazie ai sistematici e importanti sviluppi di ricerca di base e tecnologici realizzati appunto nel Centro Ricerche ferrarese.
Oggi si corre il rischio di perdere non solo il know how di questi importanti luoghi dove si studia e si sperimenta, per tutto il mondo.

Etilene, propilene, polietilene, polipropilene, pvc, cracking sono nomi noti per aver caratterizzato la nostra storia e i nostri territori; per le produzioni e le esportazioni, per le multinazionali, per l’occupazione, per i controlli ambientali e sanitari, per i conflitti sociali e gli accordi di programma. I nostri territori sono quelli che un tempo hanno dovuto fare i conti con gli impatti ambientali e sociali che le produzioni di allora comportavano. Questi territori hanno lavorato, condiviso, lottato per il miglioramento e la qualità nel suo complesso; hanno anche saputo dare vita, partendo dalle criticità, ad eccellenze in fatto di modelli evoluti nel settore delle bonifiche, della qualità dell’aria, del risanamento ambientale, della sicurezza, restituendo ai cittadini cultura, innovazione, luoghi puliti e sostenibili, fiducia. E hanno offerto uomini e donne che con il loro operare hanno generato ricchezza e speranza.
Ora si produce in modo sostenibile anche la chimica e la petrolchimica; si è creata innovazione in un settore strategico per lo sviluppo competitivo di un sistema industriale. Ed i controlli sull’ambiente hanno permesso di sollecitare l’adozione di soluzioni impiantistiche meno impattanti, che consentono una riduzione significativa della Carbon Footprint e delle emissioni di inquinanti e CO2.
È importante, per non disperdere lavoro ed occupazione, buone pratiche aziendali, più o meno sane relazioni tra le parti, un patrimonio di medie e grandi imprese, efficienza amministrativa e politica locale, ritornare a credere in questo settore, nella ricerca e nello sviluppo industriale, puntando, oltre che al consolidamento e allo sviluppo delle attività presenti, a rendere questi siti appetibili per altri investimenti perché qui le potenzialità esistono. A tal fine diventa essenziale fare pressione per governare i costi energetici, quelli delle materie prime, i costi delle utilities che altrimenti frenano lo sviluppo dell’iniziativa imprenditoriale a livello nazionale e locale. La politica, quindi, deve saper creare le condizioni per rendere competitive le imprese che investono ed operano in Italia. Per trattenerle ed incentivarle qui.
Dismettere le produzioni a monte rappresenterebbe inoltre un pericoloso arresto dei processi virtuosi, attivati o in fase di avvio o comunque significherebbe la mancata valorizzazione di grandissime potenzialità. Parlo, per esempio di tutte le azioni, partite o in fase di partenza, sul risanamento dei luoghi. Ricordo che alcuni di questi siti sono classificati SIN (siti di interesse nazionale), altri invece non lo sono.
I luoghi della chimica, i poli chimici, rappresentano per lo sviluppo industriale del Paese un’importantissima potenzialità per i servizi, le utilities, le professionalità presenti, le efficienti strutture distributive e la vicinanza a importanti infrastrutture di comunicazione; sono inoltre un crocevia tra la valorizzazione dell’innovazione sia dei processi produttivi per la chimica tradizionale che per la riconversione in chimica verde, che per investimenti nel settore del recupero dei materiali, realizzando così la chiusura del ciclo di vita dei prodotti. È impellente il bisogno di arricchire il Paese ed il locale di innovazione da realizzare attraverso un radicamento nei nostri luoghi, anziché all’estero, delle attività finalizzate ai nuovi prodotti di cui si farà sicuramente uso nel tempo, dai materiali in gomma per la sicurezza antisismica ai materiali per l’isolamento termico e l’efficienza energetica, all’energia stessa.
Dai territori possono partire gli stimoli per ricreare e riformulare la domanda e l’offerta, in funzione di rinnovati modelli di città, di consumo, di sviluppo. E la chimica, e in particolare la chimica di base, per le potenzialità che offre, è un’importante carta da giocare. Le interconnessioni produttive che caratterizzano i poli chimici italiani e il comune interesse di territori diversi alle sorti di una stessa filiera, rendono indispensabile una visione d’insieme dell’intero settore. Consolidamento della chimica di base e reindustrializzazione dei poli chimici in una logica di filiera e di innovazione, all’interno di un quadro di politica industriale assolutamente assente negli ultimi anni. A tal fine, in considerazione dei risultati positivi ottenuti dall’attività svolta dall’Osservatorio chimico nazionale anche nel raccordo con gli Osservatori territoriali, sarebbe importante ripristinarne l’operatività.
In assenza di un quadro di politica industriale per il settore, si rifiutano vertenze per aziende in dismissione, ma si guarda invece a creare un’ancora più solida rete di relazioni, progetti concreti per ripartire a pieno ritmo, per innovare ed investire.
Pertanto ENI che rappresenta la chimica in Italia, la raffineria ed il rifornimento delle industrie della petrolchimica, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, al Governo, alla politica, devono impegnarsi per il mantenimento dei posti di lavoro e loro sviluppo attraverso politiche industriali che consentano di governare l’oggi ed i processi di riconversione per il domani. Con tempi certi, dichiarati e mantenuti.
ITALIA UNICA, attraverso le sue donne ed i suoi uomini si impegna:
• A promuovere la “Rete dei territori della chimica” e a lavorare, sui singoli luoghi in sinergia con le forze del territorio;
• A chiedere al Governo Piani nazionali di sviluppo per la chimica e riattivazione e rilancio dell’Osservatorio chimico nazionale e degli Osservatori locali
• Politica energetica per le imprese
• Politiche fiscali per la crescita e l’occupazione
• Infrastrutture adeguate allo sviluppo delle attività economiche
• Ricerca ed innovazione per produzioni sostenibile
• Sviluppo dell’open data quale strumento per la coesione e condivisione nazionale.