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Il ddl “Dopo di noi” prevede un Fondo destinato al finanziamento di misure di sostegno delle persone con disabilità grave prive di sostento familiare di primo grado, mentre la modalità di utilizzo del Fondo viene regolamentata dall’intesa Conferenza Stato/Regioni.

L’art. 9 della Convenzione Onu (ratificata dal nostro Paese nel 2009) sottolinea che si deve garantire alle persone con disabilità il diritto di “scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove con chi vivere”.

Nel ddl si parla di residenze o gruppi-appartamento di tipo familiare (quasi a sembrare istituti segreganti) mentre non si parla affatto di appartamenti di civile abitazione e del diritto di rimanere a casa propria con un’adeguata e continuativa assistenza domiciliare, favorendo il più possibile la partecipazione e l’inclusione sociale, evitando assolutamente l’isolamento, attraverso progetti individualizzati di vita autonoma e indipendente, progetti che devono essere messi in atto il prima possibile.

Le leggi già esistono, l’assistenza domiciliare è prestazione prevista dall’art. 9 della legge 104/92 e di competenza delle Asl e dei Servizi Sociali dei Comuni.
Altri interventi vengono previsti dalla legge 162/98 (finanziamenti dei progetti di vita per l’assistenza e l’autonomia dei disabili gravi) e dalla legge 328/2000 (riforma dell’assistenza, adozioni progetti personalizzati) quest’ultima intervenuta dopo lunghissima attesa ad offrire un quadro di riferimento alla legislazione regionale ma purtroppo subito sorpassata dalla riforma del Titolo V.

Ricordo inoltre che nell’art. 2 della Convenzione Onu, si parla di “discriminazione fondata sulla disabilità”, essa include ogni forma di discriminazione compreso il rifiuto di un accomodamento ragionevole, che non impone un onere sproporzionato per garantire alla persona disabile il godimento e l’esercizio dei diritti umani e di libertà in campo sociale, culturale, civile, economico, politico e in qualsiasi altro campo.

In sostanza, quindi, quando viene negato il diritto di scegliere di vivere in casa propria, attraverso l’assistenza domiciliare e con il supporto di progetti personalizzati di vita autonoma, o quando viene negato il contributo per l’assistenza stessa, si mette una persona disabile in posizione di svantaggio  rispetto ad altre persone.

A tutt’oggi sono tantissimi i disabili in Italia in attesa di un’assistenza domiciliare, spesso negata e liquidata da una semplice ma raccapricciante frase come “l’assistenza domiciliare e’ un servizio offerto dai servizi sociali, non è un diritto”.