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Nel grande dibattito su Brexit si fronteggiano ragione e istinto, paure e speranze. Come ha detto John Major, primo ministro inglese dal ’90 al ’97 e deciso sostenitore della permanenza nell’UE, è “una battaglia tra economia ed emozione”. Che vinca “remain”, come noi ci auguriamo, o “leave”, il voto di domani sarà storico e avrà conseguenze economiche e politiche di grande rilievo. Eppure, nonostante le maggiori autorità internazionali abbiano messo in guardia dai rischi e innumerevoli centri studio abbiano quantificato in svariati punti di PIL l’eventuale perdita economica risultante dall’uscita, non è facile spiegare ai sudditi di Sua Maestà in maniera efficace che ad essere in gioco è il prestigio internazionale della Gran Bretagna, soprattutto quando dall’altra parte si sentono slogan semplicistici “come rivogliamo il nostro paese”, che sembrano fare presa soprattutto nelle campagne e fuori dalla City di Londra.

La recente risalita degli ultimi giorni del “Bremain” al contrario del “Brexit” ci conforta ma non ci fa stare sereni. I problemi da non sottovalutare sono tanti. E gli argomenti per confutare alcuni luoghi comuni anche. Per esempio, quello che la Gran Bretagna spende tanto in contributi europei e che riceve poco in cambio. Niente di più sbagliato, visto che, al netto del Rebate negoziato illo tempore dal Premier britannico Margareth Thatcher che voleva restituiti almeno in parte i soldi elargiti per progetti europei, la Gran Bretagna oggi figura come l’ottavo paese contributore netto dell’Ue, ossia ben lontano dai contributi pagati da paesi fondatori più grandi come Germania, Italia o Francia. Più corretto sarebbe invece dire che l’uscita dell’Inghilterra creerebbe un buco di 30 miliardi di sterline e aumenterebbero le imposte del 2-3 % a seconda del reddito, oltre ad un aumento delle tasse di successione e tagli alla spesa pubblica. Sono questi i dati presentati dal Cancelliere dello Scacchiere, ovvero il ministro delle Finanze, George Osborne, sugli scenari e costi della eventuale Brexit per i cittadini di Sua Maestà.

C’è poi da considerare che l’uscita dalla UE porterebbe, oltre ad aggravio economico, una instabilità politica estremamente negativa, per la Gran Bretagna e per l’Europa. Prima di tutto, se è vero che i 28 paesi esportano verso Inghilterra più di quanto essa esporta verso la UE, non è altrettanto vero che di fronte a una decisione drastica come quella di uscire gli altri paesi membri europei sarebbero ben intenzionati a rinegoziare un accordo di libero scambio favorevole alla Gran Bretagna, visto che per tutti ci sarebbero pesanti conseguenze economiche e gravi danni immediati (reintroduzione dei dazi doganali, ecc.).

Tra gli elementi su cui fa leva il “leave” c’è la questione immigrazione. Ma questa è una argomentazione puramente emotiva, non poggiata su alcuna base concreta e crea confusione: non si sta parlando di migranti, ma di un accordo politico ed economico tra paesi di un’area geo-politica. E dunque accrescono la confusione anche le dichiarazioni populiste del leader di Ukip, Nigel Farage, che ultimamente ha anche mostrato un poster elettorale pro Brexit nel quale vengono rappresentate orde di immigrati che si stanno per abbattere sul Regno Unito. È triste dovere constatare che in questo modo si aizzano solamente sentimenti di paura e l’estremismo che ha portato anche all’assassinio della deputata Jo Cox. Al contrario, e solo per dare qualche numero: l’Inghilterra ha accolto ultimamente 362 mila immigrati l’anno. Obiettivamente si tratta di cifre contenute, soprattutto se confrontate con il  milione di profughi accolti dalla Germania tra il 2011 e il 2015, gli 80mila dall’Austria, i 60mila in Ungheria; cifre rese poi ancora più marginali se rapportate alla popolazione e alla potenza economica dei vari paesi ospitanti.

Dal punto di vista dello sbandierato quanto illusorio recupero della sovranità, l’isolamento della Gran Bretagna dalla UE comporterebbe svantaggi anche a livello internazionale, oltre che sul fronte interno inglese. Ad esempio, Berlino e Parigi hanno chiarito fin da subito che ci sarà  una maggiore saldatura economica e politica tra Berlino e Parigi a partire dal 23 giugno, a prescindere dal risultato del referendum. Altro elemento da non sottovalutare, gli effetti del mancato coordinamento e del vuoto di comunicazione che si verrebbe a creare per la sicurezza e la lotta contro il terrorismo: la Gran Bretagna fuori dall’UE sarebbe anche fuori dalle stanze in cui si discutono i nuovi rapporti e le modalità più strette di cooperazione tra le varie polizie internazionali e europee per lo scambio di dati e informazioni sull’antiterrorismo.

Non è un mistero, infine, che la scelta dei cittadini inglesi avrebbe conseguenze anche nei rapporti con Scozia e Irlanda del nord. Di certo, in caso di Brexit il Consiglio europeo sarebbe molto più propenso a rivedere le richieste scozzesi ad entrare nella UE come membro pieno e magari anche aderente all’euro. Tensioni si creerebbero anche con l’Irlanda del nord che vedrebbe volatilizzarsi buona parte dei fondi europei destinati alla politica agricola comune.

Per quanto riguarda i risvolti nella UE, la Commissione sarebbe di sicuro più severa nel rinegoziare i termini dei futuri accordi, anche per scoraggiare pretese dei paesi più recalcitranti a rafforzare l’integrazione europea, come Ungheria, Polonia o Svezia. Insomma, gli svantaggi economici sarebbero perfino inferiori alla instabilità politica che si è verrebbe a creare in un  momento storico in cui varie sfide, non ultima l’immigrazione, richiederebbero invece coesione, cooperazione e capacità di dialogo.

Infine, e non per uno scherzo del destino, Londra sarebbe destinata ad avere la presidenza semestrale dell’UE nella seconda parte del 2017, proprio in un momento in cui i negoziati per la separazione dall’UE sarebbero al culmine e si intreccerebbe con importanti appuntamenti europei come le elezioni tedesche a ottobre 2017 e le presidenziali francesi a marzo 2017. Di fatto, tutti noi saremo costretti a vivere i prossimi due anni in presenza di una profonda instabilità politica e di una accresciuta volatilità economica. Certamente il titolo del romanzo di Jane Austen, “Ragione e Sentimento”, andrebbe ricordato a più di un cittadino britannico alla soglia del voto per scongiurare quello che potrebbe essere il fronte di spaccatura più grave che l’UE abbia mai dovuto affrontare negli ultimi decenni. “God save the Queen” (e il popolo britannico)…