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Tempo di anniversari nella politica italiana. Non solo i due anni di governo Renzi ma anche l’anno decorso da quando l’esecutivo licenziava il testo del Disegno di Legge sulla Concorrenza. Un anniversario che, a differenza del primo, certamente la nuova classe dirigente renziana non celebrerà ma che ha anche una forte valenza simbolica.

Partiamo con un antefatto. Il Disegno di Legge sulla Concorrenza è altresi detto Legge Annuale sulla Concorrenza ed è il provvedimento con il quale il Parlamento traduce in legge le raccomandazioni che ogni anno l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato emette con l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all’apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza e di garantire la tutela dei consumatori.

Non si tratta di un obiettivo di poco conto. Secondo Bankitalia l’impatto negativo sul PIL derivante dalla situazione di limitata concorrenza in diversi comparti del settore dei servizi è pari all’8%. Una stima in linea con quella del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale un settore dei servizi più concorrenziale determinerebbe un aumento del PIL potenziale pari al 7,5%. Numeri importanti che tradotti in Euro equivalgono a 130 miliardi aggiuntivi di PIL, quanto basterebbe per fare calare il rapporto tra debito pubblico e PIL di 10 punti percentuali dall’attuale record del 132,8%. E, ancora più importante, per ricavare le risorse aggiuntive per un taglio importante della tassazione su cittadini ed imprese e una ripresa degli investimenti pubblici, finalizzata a combattere il gap di produttività tra il nostro sistema economico e quello delle altre grandi economie mondiali. Un osservatore dotato di un minimo di buon senso, pur senza essere esperto in materia di politica economica, concluderebbe che un Governo che sinora, per sua stessa ammissione, è stato in grado di incidere con le proprie riforme sulla capacità della nostra economia di produrre maggiore PIL in misura pari ad un misero 0,1% e che, evidentemente a corto di idee, si riduce ad una sterile polemica con la Commissione Europea per strappare qualche punto percentuale di flessibilità nella speranza –vana- che possa avere una minima incidenza sull’esangue andamento della nostra economia, non avrebbe alcuna esitazione nel premere sull’acceleratore delle liberalizzazioni, appunto rendendo più breve l’iter di approvazione della relativa legge.

Invece no. È passato un anno da quel 20 febbraio 2015 in cui il Governo, con la solita conferenza stampa trionfante tutta slide ed effetti speciali, annunciava l’approvazione del ddl annuale sulla concorrenza e, del suddetto provvedimento, dopo l’approvazione da parte della Camera il 7 ottobre 2015, si sono perse le traccie nelle paludi del Senato. Per carità non che il testo approvato dal Governo fosse la panacea di tutti i mali del Paese. Come avevo avuto modo di commentare nel mio articolo del 21 febbraio 2015 , si trattava di un testo totalmente inadeguato, privo di provvedimenti sul fronte della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, nel settore dell’editoria, in quello delle farmacie e dei notai e per quanto riguarda la razionalizzazione delle procedure di accreditamento delle istituzioni sanitarie private e quelle relative all’uso degli open data nel settore sanitario. Ciononostante neppure questo pannicello caldo sulla fronte di un Paese fiaccato dalle troppe corporazioni è riuscito a passare. Una politica, fatta di una maggioranza priva di visione e di opposizioni inutili e dannose, interessata solo ai propri interessi di bottega, nell’esclusivo interesse delle lobby e delle clientele, in un anno intero non è riuscita ad approvare una legge che, essendo appunto annuale, perlomeno per coerenza linguistica non dovrebbe, come iter parlamentare, travalicare l’anno. Anzi, si è riusciti nell’impresa di peggiorarla, eliminando ogni parvenza di liberalizzazione nascosta nelle pieghe del testo originario.

Nei giorni del secondo anniversario di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, la parabola della legge sulla concorrenza è la migliore sintesi dell’essenza del suo Governo e di questo Parlamento. Un’inutile successione di proclami vuoti, a cui non si sono succeduti quasi mai provvedimenti, e un’attività parlamentare interessata unicamente agli equilibri di potere e alla spartizione delle poltrone. In sintesi, la perfetta sintesi del deterioramento della qualità di chi ricopre ruoli istituzionali, a spese di un Paese che fa sempre più fatica a stare a galla. E stavolta, per cortesia, non dite che è colpa dell’Europa.