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Quali sono le origini e le necessità alle quali deve assolvere la Cop21?

There are multiple mitigation pathways that are likely to limit warming to below 2°C relative to pre-industrial levels. These pathways would require substantial emissions reductions over the next few decades and near zero emissions of CO2 and other long-lived greenhouse gases by the end of the century. Implementing such reductions poses substantial technological, economic, social and institutional challenges, which increase with delays in additional mitigation and if key technologies are not available. Limiting warming to lower or higher levels involves similar challenges but on different timescales.” IPCC – Climate Change 2014, Synthesis Report.

L’ affermazione dell’IPCC è la ragione dei negoziati internazionali sul clima: lo scopo della conferenza è la firma di un accordo tra le Nazioni avente ad oggetto il contenimento del riscaldamento terreste causato da fattori antropici sotto i 2°C entro la fine del secolo in corso.

L’evento rappresenta, di certo, il più importante appuntamento internazionale della nostra era; ad esso parteciperanno 154 Paesi che condivideranno l’obiettivo comune di diminuire l’inquinamento del pianeta.

Ogni Paese partecipante ha consegnato, entro il 30 Ottobre, una proposta contenente le misure di riduzione delle emissioni nocive e le misure di mitigazione per contrastare la vulnerabilità del territorio e della società agli effetti dei cambiamenti climatici.

Gli evidenti effetti dell’inquinamento, dovuto alla industrializzazione del XX secolo, hanno spinto la comunità internazionale a prendere atto dei danni ambientali causati.

Durante il secolo scorso, le nazioni più ricche hanno basato il loro sviluppo sull’utilizzo massiccio di risorse naturali, spesso provenienti da aree meno sviluppate del mondo. L’utilizzo indiscriminato di risorse ha generato evidenti danni ai territori e alle comunità facendo, di fatto, sorgere una crescente attenzione verso la salvaguardia dell’ambiente.

La comunità internazionale ha preso atto, inoltre, che lo sviluppo del XX secolo è avvenuto in modo asimmetrico; i Paesi meno sviluppati non hanno giovato del beneficio della modernità ma, al contrario, sono stati serbatoio di risorse naturali per i Paesi più ricchi.

In questo contesto, alla fine degli anni ’70, sono iniziati i negoziati internazionali sul clima nell’ambito della prima Conferenza sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Ginevra nel 1979.

Per poter affrontare in modo sistematico e scientifico l’impatto dell’inquinamento, vi era la necessità di dotarsi di uno strumento ad alta valenza scientifica e indipendente. Fu così creato nel 1988, dalle Nazioni Unite, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, (IPCC).

L’IPCC è l’anima scientifica delle Nazioni Unite. Esso ha lo scopo di raccogliere e analizzare tutti i dati disponibili a livello globale sui cambiamenti climatici ed elaborare una posizione sullo stato del clima mediata e neutrale. Nel 1990, nel suo Primo Report, l’IPCC riconosce ufficialmente l’effetto clima alterante delle emissioni in atmosfera dei gas derivanti dai processi industriali quali l’anidride carbonica CO2, il metano CH4, gli ossidi di azoto NOx e altri gas presenti in minore concentrazione. Nel 2007 venne assegnato il Premio Nobel per la Pace, congiuntamente, all’ IPCC e ad Albert Arnold (Al) Gore per “gli sforzi profusi a creare e disseminare maggiore conoscenza in merito ai cambiamenti climatici di origine antropica e per aver gettato le basi per le azioni necessarie a combattere tali cambiamenti”.

Nel 1992, durante la conferenza di Rio de Janeiro, venne creata la United Nation Framework Convention of Cimate Change (UNFCCC) il cui obiettivo fu la determinazione di misure per limitare le emissioni di gas nocivi. La Convenzione è entrata in vigore nel 1994 ed è stata sottoscritta da 195 Paesi. Da quell’anno, venne istituito un incontro annuo tra i membri aderenti al UNFCC, chiamato Conference of the Parties (COP)

Il ruolo della Convenzione UNFCCC fu determinate per la adozione del Protocollo di Kyoto, approvato nel 1997 durante la COP 3 , appunto a Kyoto, ed entrato in vigore ufficialmente nel 2005 durante la COP 11. Il protocollo di Kyoto fu un accordo internazionale di enorme rilevanza, secondo il quale non meno di 55 Paesi industrializzati, rappresentanti almeno il 55% delle emissioni dei Paesi aderenti alla UNFCCC, si sono obbligati, per un primo periodo 2008-2012, a ridurre del 5% le loro emissioni rispetto ai livelli del 1990, e del 18% per il periodo 2013-2020. Il Protocollo si basa sul concetto secondo il quale solo i Paesi che hanno avuto un sviluppo industriale durante il xx secolo sono obbligati a ridurre le emissioni.

Attualmente i Paesi aderenti sono 192. Per cogliere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, i Paesi dovettero, anzitutto, implementare politiche nazionali di riduzione. Tuttavia, in aggiunta, furono creati meccanismi di mercato di scambio di permessi di emissione tra i membri del Protocollo.

Il mercato dei titoli di emissione si basa sul concetto della irrilevanza del luogo ove vengono abbattute le emissioni; ciò che conta è la diminuzione netta a livello globale dei gas inquinanti.

E’ importante sottolineare che al protocollo di Kyoto non aderirono gli Stati Uniti, nel 1998 principale potenza industriale e Paese con primaria incidenza sulle emissioni globali.

La Cina e l’India aderirono al Protocollo, ma non furono ritenuti soggetti a vincoli onerosi di riduzione di emissioni perché si imposero come Paesi emergenti e, di conseguenza, non direttamente responsabili delle emissioni avvenute durante il periodo della industrializzazione del secolo scorso.

Dopo l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, la comunità internazionale si è posta il problema di stabilire un nuovo contesto di azione per la riduzione delle emissioni successivo alla fine del primo periodo di validità del Protocollo.

Durante la COP 15 tenutasi a Copenhagen, venne stabilito, a seguito di quanto presentato dallo studio della IPCC, che l’aumento massimo della temperatura media terreste dovesse essere contenuto sotto i 2°C entro la fine del secolo in corso, ma non venne raggiunto alcun accordo vincolante sull’estensione del Protocollo di Kyoto.

La COP 16 a Cancun, la COP 17 a Durban, la COP 18 a Doha e la COP 19 a Varsavia nel 2013 sono stati le tappe di una progressiva condivisione delle politiche climatiche da parte della comunità internazionale.

I punti su cui si è concentrato il dibattito sono stati la prosecuzione del Protocollo di Kyoto fino al 2020, la determinazione di meccanismi di supporto alle politiche di mitigazione ambientale da parte delle nazioni industrializzate alle nazioni in via di sviluppo, la determinazione di azioni di riduzione e mitigazione, a partire dal 2020, per contenere l’aumento del riscaldamento globale entro i 2°C.

Il momento di convergenza del percorso complesso e pluriennale fino ad ora svoltosi è la COP 21 di Parigi, dove gli stati aderenti alla UNFCCC potrebbero siglare uno storico accordo.

Con lo scopo di consolidare l’obiettivo del contenimento dei 2°C entro la fine del secolo, durante la COP15 e la COP16, le nazioni più sviluppate si impegnarono a mettere a disposizione fondi a favore dei Paesi emergenti per un importo pari a 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020. Come detto, in vista della COP21 di Parigi, tutti i paesi sono stati invitati a presentare un documento con gli impegni assunti per contribuire al contenimento dell’aumento climatico (Intended Nationally-Determined Contributions – INDC), supportato da informazioni sulla misurabilità degli stessi.

I Paesi in via di sviluppo hanno elaborato le loro proposte anche in funzione della capacità di finanziare le proprie politiche climatiche nazionali con il fondo annuale messo a disposizione dai Paesi sviluppati.

Stato dei negoziati

Profonde divergenze sussistono tra i principali “Gruppi d’interesse” (UE, G7, Alleanza delle piccole isole, USA, Cina, India). Tali divergenze riguardano, in particolare, le modalità concrete di attuazione e applicazione pratica dei dettami che verranno recepiti nel documento.

La precedente riunione svoltasi in Perù, alla COP 20, terminò con un testo di compromesso, composto da un preambolo (Lima call for climate action) e da un corposo (più di 40 pagine) documento annesso. In questo periodo, il testo base per il nuovo accordo si è ulteriormente dilatato (più di 80 pagine) a causa dell’inserimento di nuove ‘proposte di linguaggio’. Nella versione attuale, quindi, per ognuna delle sei aree principali del futuro documento

(mitigazione, adattamento, finanza, trasferimento di tecnologia, capacity building e trasparenza), sono inserite tutte le ‘proposte di linguaggio’, spesso di segno opposto, presentate dai citati “Gruppi di interesse”.

Posizione europea

L’UE ha già inviato al Segretariato UNFCCC il proprio contributo che consiste essenzialmente nella riduzione, entro il 2030, di almeno il 40% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990. E’ previsto che tale obiettivo, facente parte del pacchetto 2030 approvato nell’ottobre scorso, sia raggiunto attraverso un utilizzo più efficiente dell’energia e un maggior ricorso alle rinnovabili. Tale obiettivo è stato richiamato anche nella Comunicazione della Commissione Europea con riferimento all’Unione Energetica dello scorso 25 febbraio.

Il pacchetto 2030 per le politiche dell’energia e del clima fissa tre obiettivi:

  1. riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Tali riduzioni dovranno essere realizzate nel solo territorio europeo;

  2. aumento della quota di rinnovabili almeno fino al 27%. Tale obiettivo non preclude traguardi nazionali maggiormente ambiziosi;

  3. raggiungimento del target del 27% per l’efficienza energetica al 2030, riservando comunque la possibilità di rivederlo al rialzo nel 2020, tendenzialmente al 30%.

Il documento fornisce la posizione comune europea degli obiettivi del “Protocollo di Parigi” e, allo stesso tempo, invita le economie più avanzate ad assumere un ruolo guida nel processo UNFCCC.

L’auspicio della Commissione Europea è che l’accordo di Parigi assuma la forma giuridica del protocollo, abbia quale obiettivo la riduzione delle emissioni globali nel 2050 del 60% rispetto ai livelli del 2010, sia legalmente vincolante per tutte le Parti e coerente con i principi della Convenzione Quadro nel contesto delle c.d. evolving responsibilities.

In vista di Parigi, i Ministri europei degli Affari Esteri hanno adottato una Climate Diplomacy Action Plan con l’obiettivo di rendere prioritario, nelle agende dei forum di dialogo politico (G7, G20 e Assemblea Generale ONU), il tema dei cambiamenti climatici.

La posizione degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti e la Cina, congiuntamente, rappresentano il 45% delle emissioni globali e sono le due economie più importanti. Nel 2008 la Cina ha superato gli stati Uniti per quantità di emissioni in atmosfera.

Entrambi i Paesi hanno intrapreso politiche climatiche nazionali e, nel novembre 2014, hanno sottoscritto un reciproco accordo per il contenimento dell’inquinamento atmosferico.

Le politiche nazionali e l’accordo tra i due Paesi possono contribuire in modo sostanziale alla firma di un documento di vasta portata e stabilità durante la COP 21.

Gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla sottoscrizione di accordi vincolanti per la riduzione delle emissioni. Le amministrazioni repubblicane del passato, in particolare quella di George W. Bush, ritenevano il protocollo di Kyoto una minaccia alla competitività del Paese.

Nel corso degli anni, anche grazie alla crescente divulgazione mediatica, l’opinione pubblica americana ha rivolto maggiore attenzione al tema dei cambiamenti climatici tanto che, lo scorso agosto, Barack Obama e la US Environmental Protection Agency (EPA) hanno annunciato il Clean Power Plan, un piano il cui il Paese si obbliga alla riduzione delle emissioni di CO2 del 32% rispetto ai livelli di emissione del 2005.

Il Piano rappresenta un atto storico per un Paese che, da sempre caratterizzato dal timore di perdere competitività e di deprimere il consumo interno, ha ingenerato nella comunità internazionale un aumentato ottimismo in vista della COP21 di Parigi.

Come una doccia fredda è calata però la recente dichiarazione del Segretario di Stato, John Kerry, il quale ha affermato che gli Stati Uniti non firmeranno accordi vincolanti a Parigi.

Tale inaspettata posizione viene interpretata come una interferenza delle elezioni presidenziali del 2016. La debolezza in senato dei democratici fa loro propendere per una posizione di estrema prudenza per non andare alla scontro diretto con i repubblicani, la cui politica è da sempre contraria a vincoli economici imposte da restrizioni climatiche.

La posizione della Cina

La Cina è il principale Paese in via di sviluppo e maggior contribuente mondiale alle emissioni di gas clima alteranti.

Durante la fine degli anni 90 e i primi anni 2000, la Cina ha intrapreso un processo di sviluppo economico espansionista responsabile di una crescita industriale, massicciamente dipendente dall’utilizzo di risorse naturali. Il 68% dell’energia primaria consumata è generata dalla combustione del carbone di cui la Cina è il primo consumatore, produttore e importatore mondiale. Il carbone è anche responsabile della maggior quota delle emissioni in atmosfera.

Combattere l’inquinamento significa per la Cina modificare il proprio modello industriale dipendente fortemente dalle risorse naturali, ma questo comporterà necessariamente un rallentamento dell’economia. D’altra parte, il Governo Centrale si trova pressato dall’opinione pubblica che, negli ultimi dieci anni, si è dimostrata sempre più sensibile ai dati dell’inquinamento. Il governo ha concesso la pubblicazione su internet dei dati sulla qualità dell’aria a partire dal 2011, quando, per la prima volta, vennero resi noti i dati della centrale situata all’interno dell’Ambasciata Americana. Da allora, la qualità dell’aria ha assunto per i cinesi una grande importanza. Di enorme impatto sull’opinione pubblica fu la cosiddetta “airpocalypse” del 2013-2014 , in cui i livelli rilevati di PM2,5 furono in misura di 56 volte superiori a quelli raccomandati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad agosto 2015, l’opinione pubblica cinese è stata ulteriormente scossa dall’incidente di Tianjin in cui sono morte 100 persone nell’esplosione di un deposito di materiale chimico, mettendo a nudo la fragilità del sistema industriale cinese dal punto di vista ambientale e della sicurezza sul lavoro.

Il Presidente Xi Jinping ha promosso la riforma del settore energetico. Nel 2014 è entrato in vigore l’Energy Development Strategic Action Plan per il periodo 2014-2020, il quale stabilisce l’obiettivo di contenere per il 2020 il consumo di energia primaria entro 4.8 miliardi di tonnellate di carbone equivalente. Sempre nel 2014, la National Development and Reform Commission (NDRC), equivalente ad un super ministero dello sviluppo, ha emanato il National Plan on Climate Change contenente misure in grado di modificare il sistema produttivo cinese e traghettarlo verso un modello meno dipendente dal carbone.

Inoltre, nel 2014, sono stati investiti in Cina circa 90 miliardi di dollari per l’istallazione di nuova energia rinnovabile, principalmente eolica e fotovoltaica, e tale valore tende a essere confermato nel 2015.

Con queste premesse, la Cina si presenta alla COP 21 con misure che prevedono entro il 2030 la copertura del 20% dei consumi con energia rinnovabili e un abbattimento del 60-65 % di emissioni rispetto ai livelli del 2005. Entro il 2020 il 10% dei consumi sarà coperto da gas naturale e il 2030 viene indicato come anno in cui, “approssimativamente”, verrà raggiunto il picco di emissioni di CO2.

I target cinesi destano non poche perplessità da parte dei commentatori internazionali, ritenendo che i target siano troppo ambiziosi per poter costringere la Cina a un patto vincolante.

Recentemente, sul ruolo della Cina alla COP21, è calata una tegola: l’istituto nazionale di statistica ha pubblicato dati che dimostrano come il consumo del carbone sia stato, fin dal 2000, superiore di quantità tra il 10 e il 15 % rispetto a quanto fino ad oggi previsto, con un aumento delle emissioni stimato dal 6 al 10%. Ciò sembrerebbe corroborare le posizioni che vedono le misure cinesi come non realistiche.

L’accordo congiunto sul clima tra Stati Uniti e Cina

Nel novembre del 2014, i presidenti di Cina e Stati Uniti hanno siglato un accordo congiunto sui cambiamenti climatici.

L’accordo prevede che i due Paesi si diano “responsabilità comuni, ma differenziate” secondo le “rispettive capacità”. Se, quindi, da una parte l’accordo tra i due principali paesi inquinanti è senza dubbio un segno della volontà politica di modificare propri modelli industriali, dall’altra il linguaggio del trattato mette in evidenza la labilità degli obiettivi.

I due Paesi si sono, infatti, dati obiettivi non vincolanti e differenziati: gli Stati Uniti dichiarano di abbattere le emissioni entro il 2020 e la Cina entro “approssimativamente” il 2030 in quantità tra loro diverse.

In questo sembrerebbe che la Cina abbia riportato una piccola vittoria diplomatica perché è riuscita a passare nuovamente il concetto che il suo stato di sviluppo è arretrato rispetto a quello degli Stati Uniti, giustificando, quindi, riduzioni alle emissioni inferiori a quelle degli Stati Uniti. La stessa motivazione, si ricorda, fu addotta per non subire vincoli onerosi alle riduzioni in sede di approvazione del Protocollo di Kyoto.

Nonostante l’accordo tra i due Paesi presenti evidenti limiti, la comunità internazionale ha accolto con positività l’evento, ritenendo che si siano gettate le basi per un dialogo più puntuale sui temi dei cambiamenti climatici. Non solo. La comunità internazionale ritiene, inoltre, che l’accordo darà maggiore impeto alle forze concorrenti alla firma di un nuovo Protocollo vincolante tra le Nazioni.

La posizione di Papa Francesco

A maggio del 2015, quindi dopo la sigla degli accordi tra Cina e Usa e in seguito alla pubblicazione del Report dell’ IPCC, irrompe sul tema dei cambiamenti climatici la Enciclica “Laudato Si’ ” di Papa Francesco.

L’adozione di politiche climatiche globali porta a una epocale modifica dell’economia mondiale, dove, se da una parte è vero che ci si muoverà verso un complessivo miglioramento dell’ambiente, dall’altra non vi è alcuna garanzia che non si creino processi asimmetrici e speculativi.

A tal proposito, le economie in cui i meccanismi di mercato sono più aggressivi, in primis gli Stati Uniti, hanno salutato il nuovo corso economico con entusiasmo, ben consci della enorme quantità di denaro che verrà investita per concorrere alla mitigazione dell’inquinamento. Il World Economic Forum stima che, solo nel settore elettrico, verranno investiti fino al 2040 nei Paesi OCSE circa 280 miliardi di dollari ogni anno per la riduzione delle emissioni. Capitali che, male utilizzati, creerebbero ulteriori future disuguaglianze tra paesi e tra strati sociali.

Il Papa, con la sua enciclica, ha compiuto un atto necessario per bilanciare la straripante forza dei meccanismi di libero mercato attraverso un messaggio che pone sullo stesso piano il rispetto dell’ambiente e il rispetto dell’uomo.

L’enciclica “ Laudato Si“, scritta in italiano con linguaggio semplice e di immediata comprensione, si oppone perentoriamente a un utilizzo acritico delle tecnologia, mosso da una visione antropocentrica del mondo. Il Papa esorta a confluire verso un modello circolare di economia basato su riciclo e sul riutilizzo, limitando al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, perché il degrado ambientale genera il degrado umano colpendo i più deboli, togliendo loro la possibilità di sostentamento derivato dalle risorse naturali e dalla disponibilità di acqua. Ne consegue che un approccio ecologico allo sviluppo diviene, secondo questa visione, un approccio sociale. Il Papa esorta a non sottomettere la politica alla finanza, la quale, avulsa dall’economia reale sottostante, ingenera meccanismi speculativi le cui conseguenze sono il degrado sociale e ambientale. Un’economia di mercato senza regole si basa sull’idea di crescita infinita e ciò suppone una disponibilità infinita di risorse naturali, cosa che è, con ogni evidenza, falsa. I meccanismi di mercato non sono in grado di includere i costi ambientali a sociali nei propri modelli. L’orizzonte temporale che si pongono è, infatti, di breve tempo e l’obiettivo è la sola massimizzazione dei profitti. Il Papa, quindi, propone un modello economico che contemperi un approccio integrale socio-ambientale, in grado di combattere la povertà e prendersi cura della natura. Per questo occorrerà un rinnovato umanesimo composto dai diversi saperi, incluso quello economico. Un nuovo approccio integrato dovrà poi non solo risolvere il problema delle solidarietà sociale, ma anche quello della solidarietà tra le generazioni. L’ambiente è giunto alla generazione vivente sotto forma di prestito e questa dovrà restituirlo integro alla generazione successiva. Il Papa interviene, inoltre, a proposito della internazionalizzazione dei costi ambientali, elemento di grande criticità nei negoziati avvenuto fino ad oggi. Francesco si schiera a sostegno dei paesi in via di sviluppo il cui processo di crescita non deve essere rallentato dagli oneri ambientali derivanti dallo sviluppo avvenuto, negli scorsi decenni, dei paesi industrializzati; questi dunque, secondo il Papa, dovranno sostenere maggiori oneri di mitigazione ambientale rispetto ai paesi più poveri.


La posizione di Italia Unica

Principio fondante di Italia Unica è la considerazione dell’ambiente come bene assoluto da rispettare, migliorare e tramandare alle future generazioni.

Italia Unica propone uno sviluppo fondato sulla economia di mercato, ritenendo però profondamente errato il modello della crescita infinita, intesa come crescita insaziabile ed erosiva. Occorre, al contrario, perseguire crescita e sviluppo non a discapito delle risorse naturali, ma adottando criteri di riciclo e riuso delle risorse naturali secondo modelli circolari. Senza limitazione, dovrà essere perseguita l’armonia sociale ed ambientale.

Il corretto ciclo della economia circolare contempla e utilizza gli strumenti finanziari per sostenere la crescita; la finanza è intesa come servizio alla economia reale, non come strumento avulso dalla economia sottostante e utilizzato per creare sacche speculative.

Il modello economico di Italia Unica contempla, naturalmente, il perseguimento dell’utile di impresa, la cui massimizzazione non dovrà mai indurre a evadere costi ambientali e sociali.

Note queste premesse, la posizione di Italia Unica sui cambiamenti climatici, in particolare rispetto alla prossima COP 21 di Parigi, è la convinta adesione a un patto intergovernativo vincolante per la riduzione delle emissioni.

Italia Unica concorda sul principio secondo il quale i Paesi che maggiormente hanno utilizzato le risorse naturali per perseguire il proprio sviluppo debbano  concorrere alla crescita dei Paesi in via di sviluppo attraverso meccanismi di perequazione dei costi ambientali. Inoltre, riconosce pienamente quanto espresso dal Papa secondo cui la giustizia ambientale e la giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia.